Polvere

Parole che diventano Polvere, che diventano pioggia, che diventano anelli di fumo, che diventano ricordi, che diventano, fiori di carta..........
venerdì, 16 ottobre 2009

Le All Star Rosse

Le All Star Rosse

 

Teneva Strette Le Mani al Volante….e si guardava attorno cambiava traccia del cd molto spesso a volte troppo spesso…,al suo fianco quella ragazza,i suoi occhiali a cuore rossi, il suo vestito bianco e candido, le sue vecchie all star Rosse, il sole delle sei del pomeriggio,la illuminava sfrecciavano sull’asfalto senza nemmeno guardarsi, senza nemmeno coinvolgersi,la musica gli donava il ritmo loro si limitavano a seguirlo, loro si limitavano a seguirlo…….la notte non arrivava non osava venire fuori dall’orizzonte in quel pomeriggio estivo placido e Condito di chitarre distorte,

 

Si Scrutavano per pochi secondi piu o meno ogni 600 metri, piu o meno ogni 600 metri, lei canticchiava, il sole la baciava delicato come un’innamorato respinto la polvere che si sollevava e danzava con il vento, alla loro destra il mare…cartelli autostradali stanchi e spinti dal vento, una carcassa di un cane giallo,riversa sul selciato, una frenata brusca, la ragazza scende dall’auto, e si avvicina al cane ormai preda delle mosche, caccia delicatamente via i minuscoli animali, sposta una ciocca di capelli dietro l’orecchio e impone le mani sul volto del cane, che nel giro di pochi secondi si alza e scondinzolando va via verso il deserto…..in silenzio la ragazza ritorna sui suoi passi le sue scarpe rosse impolverate lasciavano delle impronte nella polvere, il ragazzo scriveva il suo diario, con una piuma,lunga bianca e Grigia.

 

Cercavano tra i rifiuti, Imparavano molto della gente, una volta avevano trovato un vecchio album, c’era una ragazza fotografata in pose allegre, e dietro di lei una piazza gremita di gente fino all’inverosimile, il ragazzo pensò che doveva essere una di quelle città d’arte dove tutti, fanno metodicamente la stessa azione, dove transitano un milione di persone al giorno e quel milione scatta la stessa identica foto di fronte allo stesso monumento, in posa davanti alla fotocamera a impressionare un attimo insignificante a fermare i passi di milioni di persone per un rituale strano e che il ragazzo e la ragazza non riuscivano a capire eppure, non riuscivano a togliere lo sguardo da quell’album e non riuscivano a spiegarsi il perché era finito li tra quei rifiuti dimenticati.

 

Non conoscevano la lingua di quel paese,la ragazza piegava la testa verso destra, quando non capiva qualcosa, come fanno i gatti, il ragazzo si grattava la nuca, l’alba nel deserto li aveva maltrattati, avevano passato la notte a scacciare i coyote, e a strappare libri interi per alimentare il fuoco, continuavano a non parlarsi… la notte scorreva e le nuvole facevano strani veloci movimenti.

 

Le mani del ragazzo sono sporche d’inchiostro, i suoi capelli impolverati e i suoi vestiti ancora di più tutto ha le gradazioni della sabbia del deserto, gli occhi dei coyote, brillano nella notte come luci accese e sparate all’improvviso….loro due non hanno paura, nemmeno si guardano, nemmeno si scrutano ma sono insieme e come se non potessero fare altro che stare insieme, legati a pochi metri di distanza uno guida e l’altra guarda il paesaggio, uno scrive e l’altra respira, uno dorme e l’altra sogna,l’automobile è coperta di polvere, parcheggiata di fianco alla carreggiata attraversata da una striscia Gialla, ogni tanto qualche camion muove l’aria e qualche cadillac con un tizio vestito da Elvis che fa un cenno di saluto..la ragazza con le All star fa un cenno ed un sorriso, il ragazzo non si guarda attorno ha gli occhi piantati sulla sabbia o sugli avvoltoi che girano nel cielo, blu di quella mattinata che ormai si era fatta strada, il fuoco era ormai spento…..e loro due senza nemmeno guardarsi risalirono in macchina,e proseguirono verso la città, una città che si stagliava in mezzo al deserto, una città impolverata e stanca, come un vecchio che non sa più dove andare e che si alza al mattino presto per dar da mangiare ai suoi Gatti.

 

La città è silente,sembra una città fantasma la ragazza guarda tutto attraverso i suoi occhiali a forma di cuore, il ragazzo guida con una mano mentre l’altra mano è tra le sue labbra si mordicchia un dito e il suo sguardo è pieno di paura e di profondo smarrimento, eppure guida, la striscia gialla non fa altro che la sua strada..e il suo lavoro…la polvere del deserto si fa meno invadente, il vento è girato adesso soffia da nord, la ragazza si alza in piedi e apre le braccia al vento, sorride spensierata, e reclina un po’ la testa all’indietro e sorride, e mentre lo fa mima il battito di ali con le sue braccia lunghe e bianche.

 

Lasciarono l’auto dentro un vicolo, che era buio e  pieno di porte di legno inchiodate con delle pesanti assi, non c’erano animali, in quel vicolo,non c’erano panni stesi,ne voci, non c’era il rumore della Tv, ne della radio, i ragazzi proseguirono a piedi cercando qualcosa, qualche foto,qualche rosa secca,qualche traccia di vita, camminavano senza fare rumore sulle grosse pietre, tutto era avvolto nel silenzio e nel calore di quella mattina. Più camminavano più si rendevano conto che quella città era vuota, nessun gatto attraversava la strada,nessuna auto, niente di niente, solo silenzio, non facevano rumore ma immersi dentro a quel silenzio sembrava che i loro respiri fossero un elemento di disturbo, fossero fuori luogo, e fastidiosi come unghie sulla lavagna, si addentravano e saltavano da un vicolo all’altro, da porta inchiodata a porta inchiodata da piazze vuote a parchi completamente in balia della vegetazione camminavano a fianco, e i loro volti erano tesi e pallidi, i loro passi sempre più incerti, e nel cielo le nuvole correvano veloci e le ore passavano,  e i ragazzi non smettevano di camminare….i due si erano persi, e il buio avanzava nessuno dei due sapeva tornare indietro, la ragazza cominciò a piangere silenziosamente appoggiata ad un muro di mattoni rossi teneva le mani giunte e appoggiate al ventre…le lacrime le rigavano il volto, il ragazzo non smetteva di mordersi il pollice sinistro in preda a un panico silenzioso e personale,nemmeno stavolta si guardarono. Rimasero stretti tra le proprie braccia mentre il buio si impadroniva di tutto e il silenzio si faceva più pesante e più sordo.

 

I rumori della notte facevano sobbalzare la ragazza, funzionavano solo pochissimi lampioni che emettevano una fioca luce gialla, nessuna insegna, nessuna vetrina, solo pochissimi lampioni e il battito delle ali dei pipistrelli, che volavano vicini alle loro testa, i ragazzi erano seduti vicini su una paio di grosse pietre,appoggiate vicino all’ingresso di una piazza circolare completamente vuota, con al centro due enormi fori.

 

Si alzarono e stavolta i loro passi si sentivano nitidamente nella notte, il ragazzo cercava di illuminare i loro passi con un’accendino a benzina,porse la mano alla ragazza che la raccolse, tremavano entrambi, dentro questo strano film muto, pieno di pipistrelli e lampioni gialli,e chissà dove era la macchina e chissà che fine avevano fatto le loro parole….

 

Dal buio usciva il suono di passi,stivali pesanti e con un suono quasi metallico,dei colpi di tosse, talmente forti da creare un’eco inquietante in tutta la piazza, i ragazzi al centro di essa vicino ai due fori, una figura imponente, cercava di venire fuori dal buio ma era come se il buio stesso la partorisse tra un colpo di tosse e l’altro.

 

Era un’uomo alto quasi due metri,con i capelli neri  legati da una coda, il pizzetto anche esso nero e ben delineato, indossava un cappotto grigio,e dei pesanti stivali di cuoio,sorrideva e dalla sue labbra usciva lo scintillare di un dente d’oro,si liberò del tutto del buio, aveva un’occhio solo,color ghiaccio il ragazzo smise di mordicchiarsi il dito e si mise dritto ad affrontare l’uomo, la ragazza singhiozzò e si rannicchiò su se stessa e si sedette per terra, il ragazzo era piccolo e minuto in confronto all’uomo, cheaveva la palpebra sinistra cucita con del filo rosso, a pochi centimentri di distanza tossiva e sorrideva,aveva dei bottoni in mano,bottoni di tutte le misure e di tutte le forme,un’ultimo colpo di tosse e poi disse, “Benvenuti, siete i soli che vedo da più di cento anni, questa città è rimasta cosi, abbandonata per anni e io sono il suo custode, sono anni che non parlo con nessuno sono schiavo del silenzio ,il silenzio che riempie ogni vicolo di questa città mi dispiace che adesso uno di voi dovrà restare con me, perché è cosi che vuole la città è cosi che vuole il destino mi dispiace” e nel dire questo prese un coltello dalla tasca interna era una lama ondulata con un’impugnatura d’argento massiccio,  il ragazzo si guardò attorno, ma solo le nuvole in cielo, erano testimoni di questo evento, il ragazzo spostò la ragazza, che si ferì alla tempia, cadendo pesantemente su se stessa e rompendo anche gli occhiali a forma di cuore, il ragazzo spinse l’uomo che non si mosse, sembrava un palazzo piantato a terra, con pesanti fondamente mentre il ragazzo sembrava una goccia di pioggia,destinata a scivolare via…l’uomo affondò il colpo, sul petto del ragazzo, che singhiozzò ma non pianse, che guardò fisso l’uomo negli occhi mentre il sangue nero le correva via dalla vene, l’uomo lo poso delicatamente a terra e disse” mi dispiace ragazzo ma è il volere della città io ubbidisco a queste pietre” la ragazza con il sangue che le scorreva sul viso prese tra le mani la testa del ragazzo e finalmente lo guardò avevano entrambi gli occhi marroni, il ragazzo non li aveva più pieni di paura, mentre la ragazza li aveva pieni di pianto, e il suo vestito bianco si macchiò di sangue, mentre in ginocchio accarezzava i capelli del ragazzo con le dita mangiucchiate, e i due che non si parlavano non si parlarono nemmeno stavolta, la ragazza rimase li a tenere la testa del ragazzo, piangendo, in mezzo al silenzio, tra il buio e i sassi, di quella città fantasma…


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sabato, 03 ottobre 2009

Boys Don't Cry [Sole Solitario]

 

 

Eravamo in due…Io e Jack le armi in mano, il colpo in canna, l’aria sapeva di Piombo, eravamo asserragliati, in quella stanza, da ormai due giorni, era una stanza minuscola con le pareti Gialle, due finestre dalle quali entrava un sole pallidissimo, doveva essere l’alba, era estate, lo riconoscevo dall’odore.

La porta era di legno Solido ma non avrebbe retto ancora tanto. Mi guardavo attorno avevo i capelli bagnati dal sudore, le pareti erano tappezzate di poster, di vecchi Rocker, ormai quasi tutti morti.

Ci guardavamo in faccia e sembravamo Sundance e Butch quelli di quel vecchio Film.

 Nel quartiere ci conoscevano tutti, la vecchia signora Smith ci dava da mangiare ogni tanto, Jack mi aveva Raccolto dalla fogna, mia madre mi aveva abbandonato li, si era dimenticata di me in un canale di scolo, poi morì di overdose in una camera d’albergo.

Di Jack non si sapeva tanto solo che era orfano e che mi aveva sempre difeso, era un grande Jack, alto quasi due metri scuro e con i dreadlock, sorrideva sempre, era la mia famiglia. Io sono il contrario di Jack, sono magro con i capelli biondi lunghi la gente mi chiede in continuazione se ho mangiato, avrò l’aria denutrita ed indifesa o qualcosa del genere, Ma Jack mi ha insegnato ad usare il coltello e a stare in silenzio e dire spesso di No.

Era una scena assurda da un minuto all’altro mi aspettavo che partisse la musica, gli attimi erano concitati, e avevamo finito tutto, il rum, il whisky, la coca, e anche L’eroina, a terra c’era un cucchiaino annerito, e una candela consumata, i resti della cena di quattro giorni fa, e abiti luridi, pozze di vomito, e il cadavere della povera Natalie.

E la chitarra elettrica poggiata sulla poltrona, era una bella chitarra, era bianca, pura, sembrava un angelo, ogni tanto la suonavo, ma non era più come prima, La chitarra era di mio padre,era vicino a me nel canale di scolo.

Ma chi cazzo ce lo ha fatto fare Eh ? Jack  non potevamo vivere piu tranquilli, ? Jack mi rispose, secondo te abbiamo le facce da gente tranquilla eh Will ?  Lui aveva una cicatrice che gli partiva dal sopracciglio sinistro giù fino alle labbra.

Gliela avevano fatta da bambino con una bottiglia.  Perché mi aveva difeso dal bullo del quartiere il Vecchio Peter, poveraccio che fine che ha fatto, lo abbiamo sgozzato al suo sedicesimo compleanno, “Siamo gente Cattiva Will, questa è la verità abbiamo sempre ragionato con i coltelli, non siamo brava gente.”

Forse aveva Ragione se fossimo stata brava gente di certo non saremmo finiti a vivere qui, asserragliati come dei topi, con due revolver in mano manco fosse un film Western.

Jack era teso, La povera Natalie. Era bellissima sembrava scesa dal cielo, aveva un sorriso, Splendido e i capelli biondissimi, si è addormentata due giorni fa e non si è piu svegliata. Ci volevamo sposare, e scappare via, volevamo andare in Francia lontano da questa merda, in uno di quei paesini con le case di Pietra, dove tutti si salutano. E invece è finita cosi. Era un angelo, non meritava di finire cosi.

Jack tremava, mi alzai, e accesi l’amplificatore, lo regolai ad un volumo basso e poi presi la chitarra e Iniziai a suonare, era una melodia triste che nemmeno ricordo, Lui mi guardò un istante e poi sorrise.

Suonai dieci minuti buoni, il sole era meno pallido.

Ricordo che non ero stato sempre cattivo, Alle scuole medie mi ero innamorato, le donai un fiore ma lei mi rise in faccia, smisi di parlare, non parlai per un sacco di tempo e Jack era sempre li con me.

Non so se Lui è mai stato innamorato, sembra di no anzi scometterei di no a guardarlo.

 

Tre colpi alla porta, Aprite Polizia dice una voce,Io e Jack ci Guardiamo, non lo dice nessuno ma abbiamo una paura terribile, Jack si precipita a mettere un comò di legno davanti la porta, poi mi guarda e mi dice “Stai tranquillo Will” gli faccio un cenno con la testa, fa caldo, il sole entra sempre più prepotentemente, siamo gente cattiva, asciugandomi il sudore sussurro a Jack “ quasi a cercare di convincerci, non sarebbe bello riuscire a scappare,? Andare via, spiagge bianche belle ragazze andare in un posto dove non siamo feccia dove nessuno ci conosce eh Jack ?”  senza guardarmi mi rispose “Will tutti i posti sono uguali diventeremo feccia in qualsiasi posto del mondo”,poi mi diede un colpetto in testa e mi sorrise, chissà perché gli stavo cosi a cuore lui che sembrava non averlo un cuore. I minuti non passavano mai,c’era uno strano silenzio ogni tanto si sentiva gracchiare una radio, ma poco altro, la Povera Natalie era riversa sul pavimento. E il silenzio stava diventando insopportabile,un colpo forte alla porta ci fece sussultare il cuore e la Pancia.

 Jack era serio e madido di sudore, stringeva la pistola io tremavo come un foglia, lui mi vide tremare e mi disse “Ehi, non avere paura, sta solo cambiando tutto quanto stai tranquillo ok ?” Cambiare tutto quanto, eh si ! è il modo che non mi piace, un altro botto, stavano sfondando la porta…. Il ticchettio dell’orologio era l’unico rumore che sentivamo oltre i nostri respiri,un altro colpo,potevamo essere gente migliore, ma non l’abbiamo fatto,do uno sguardo fuori il sole non è pallido per niente, adesso brucia, altri due colpi ravvicinati, i cardini stavano per cedere, ci alzammo in piedi entrami fieri come non eravamo mai stati, non succederà nulla di grave cambierà tutto. Un altro colpò e noi sempre in piedi, non arretravamo di un passo, vedevamo i caschi della polizia, era finita, Jack mi abbracciò stretto come non aveva mai fatto prima, sentivo l’odore del suo sudore, mi prese la testa appoggio la sua fronte sulla mia e mi disse “Coraggio Piccolo..Coraggio” e non disse altro…poi la porta cadde aprirono il fuoco e tutto il resto non lo ricordo più.

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lunedì, 24 agosto 2009

To KuRt

To Kurt

Come è La Pioggia li dove sei tu ? Batte sulle finestre ? ci sono Finestre Li ?

Dove sei  so dove sei per me,ma tu dove sei adesso, su cosa scrivi, come sono i cieli li dove ti trovi tu ? sono Grigi o Azzurri, sI cammina senza meta cercando di sentirsi migliori o si Cammina e basta dentro dei Boschi di Querce pieni di Gatti ?

La Tua Voce Graffia come Faceva Quaggiu perché Qui Ci manca la tua Voce ci manca Tanto, e mi Mancano le tue Parole, e Vorrei sempre averne di nuove sono come una Pianta che hai Lasciato a metà  Vita senza saperlo, mi manca la tua dolcezza e mi mancano i tuoi occhi Veloci persi dentro La Telecamera dalla quale ti guardavo.

Non è il Momento della tua Commemorazione ma Ho deciso che era il Momento giusto per Scriverti, E ascoltare la tua voce da un nastro magnetico,mi da la forza per Poterti dire che mi manchi, che quando hai graffiato le tue parole su quel foglio e hai deciso di andare via di ripartire sulla tua Navicella Spaziale, hai lasciato un vuoto grosso dentro tutti noi,dentro tutti coloro che non hanno cambiato idea su di te, e di tutti coloro che parlano e non vengono ascoltati Insomma di quelli strani, come noi.

E le tue parole risuonano dentro la mia Testa  e le tue urla, ed è tutto come se fosse Tremedamente reale, e mi piacerebbe sapere dove sei, su quale stella sei planato dolcemente dentro il tuo maglione Verde e la tua chitarra, dove sei finito ? Quanto sei Lontano da qui ?.

Sai Ci saresti servito, o perlomeno ti avremmo ascoltato,ci saremmo chiesti perché, e poi ci saremmo risposti che in fondo qualcuno come noi c’era e ci sapeva dire quello che volevamo sentire,abbiamo la forza di farci bruciare la pancia e abbiamo la forza di cadere ballando una tua canzone,abbiamo la forza di dire che ci Manchi perché sei volato  via cosi dannatamente all’improvviso e non hai nemmeno finito le sigarette, e mi ricordo che dapprima sei stato un nome, e poi una canzone e poi un’altra e poi sei diventato un’Amico e sei diventato una foto sul mio muro e una scritta….e tante scritte…e sei diventato sussurri e Grida, e Parole d’amore,sei diventato Poesie e Pianti ….mentre la vita Scorreva e io cercavo di andarle dietro, a volte a fatica, ma sempre con te dentro la testa.

Di che sa la Pioggia dove sei adesso ? che Colore ha ? è Buona come qui ? ha lo stesso odore che ha qui ? l’asfalto profuma dopo la pioggia ? li dove sei tu ci sono i sussurri e le grida ?

E ti dedico  tutte le mie Ossa rotte, e tutte le mie Parole spezzate, e tutte Le mie Sbronze, ti dedico il Mio Amore, e mi sarebbe piaciuto stringerti la mano, o guardarti negli occhi mi sarebbe piaciuto imparare da te, e Mi sarebbe Piaciuto anche Offrirti da Bere., ma non ci sono riuscito ho sbagliato i tempi e i luoghi, ma tu te ne fregherai, e ti godrai la pioggia dalla tua Finestra….mentre noi qua giù ti aspettiamo,si ti aspettiamo perché siamo cosi,ci va di aspettarti…Torna presto…E Goditi la Tua Pioggia.

Buona Continuazione…

 

 

 

                                                                      

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giovedì, 18 giugno 2009

Desolation Row

L’insegna al neon Rossa e Blu illumina la mia stanza e le pareti incrostate nelle quali mi specchio e guardo sempre di più, la foto del mio angelo è sbiadita ormai il vetro che la proteggeva è andato in miliardi di frantumi ormai troppo tempo fa.

Sono uno scrittore, vivo di Whisky, e di scrittura lavoro allo stesso romanzo da circa dieci anni, vivo in un palazzo fatiscente al 67 di Editor Street, di fronte al mio monolocale vive una sposa di 89 anni, aspetta il suo sposo da tanto tempo ha le guance segnate dalle lacrime e il boquet appassito e maleodorante, al piano di sopra una coppia di poeti che cercano l’ispirazione, e si fanno di ogni tipo di Droga, io bevo il mio whisky nella tazza gialla che mi aveva regalato il mio angelo la camicia che indosso è sempre la stessa, la notte ed il giorno non fanno differenza per me e loro ricambiano fregandosene altamente.

È un palazzo di sopravvissuti ci sono reduci dell’ultima guerra, reduci della penultima, ci sono batteristi sordi e musicisti falliti, ci sono Bambine Prostitute e Prostitute Bambine che si vendono appena fuori dal portone, sul marciapiede che mi sbatte sugli occhi ogni qualvolta mi affaccio alla finestra,ci sono tossici e forse qualche pazzo omicida che non trova nessuno di interessante da uccidere e fare a pezzi perché qui troppi se lo augurano, e per molti altri ancori sarebbe la migliore cosa che gli possa succedere.

Tutti sopravvissuti dicevo, io sono un sopravvissuto dell’amore il mio angelo è volato via davanti ai miei occhi lo sgomento e la rabbia non hanno fatto in tempo a prendermi che all’angolo successivo una bottiglia di whisky mi ha stregato e da quel giorno la mia prigione si è fatta enorme poiché la mia anima è imprigionata tra le piccole molecole di un liquore ambrato e nemmeno tanto profumato.

Il mio racconto schiavo del bianco che avvolge il foglio le parole faticano a uscire la storia a svillupparsi, e il resto a uscire fuori dalla mia testa, l’insegna mi abbaglia gli occhi e nella pausa tra un pezzo di Coltrane e uno di Chet Baker le urla e i pianti si fanno indistinti e chiari, la disperazione si fa liquida ed esce dalle fessure delle porte scende le scale e si riversa in strada come un alluvione in quella che ormai tutti chiamano “Desolation Row” come un vecchio pezzo di Bob Dylan, tengo una colt vicino alla mia vecchia macchina da scrivere ha tre colpi nel tamburo uno è per me, per quando il whisky non basterà piu a lenire il dolore che mi piega in due.

Guardo e riguardo la mia tazza Gialla, La Luce al neon che mi Entra dentro le imposte rotte, giù in strada si sente Vecchio jazz e Rumore di automobili, voci di Prostitute Bambine e Colpi di Pistola, da qualche parte tra il 17° e Il 18° piano qualcuno si gode il lamento dolce e ruvido di una Gibson….la suona come se fosse l’unica cosa da fare in quel momento a quell’ora precisa di questa notte precisa quel suono Entra dentro le orecchie degli abitanti di questo Palazzo, il liquido dentro la tazza vibra e io non so più chi sono le lacrime inondano i miei occhi, ripenso al mio angelo che spiegando le ali volò da questa finestra che ora fa entrare un freddo neon intermittente che rende la mia stessa vita intermittente  acida e fredda, la gola brucia e so placarla con il Whisky..solo con quello…il lamento della gibson si fa insistente e dolce vorrei abbandonarmi e staccarmi da questa sedia di legno scadente, vorrei dormire finalmente ma non ce la faccio ad alzarmi ho paura, il dolore stavolta non passa stavolta si è attaccato alle ossa e non riesco nemmeno a piangere, la macchina da scrivere è li che mi aspetta il foglio è bianco e io ho ancora addosso la stessa camicia.

Non so più che ora è o che giorno è,  il ritmo è scandito dal sole e dal neon, non ricordo più come è fatta la luna so che è notte per questo e perché dall’appartemento 56, vedo uscire Rain, una prostituta, ha un corpo da donna e un cuore da bambina ha la pelle chiara e gli occhi neri e grandi, i capelli mossi come se fossero stati progettati dal dio del Vento, e una voce così dolce che solo sentirla mi rende il petto più leggero, Rain Batte dalle parti dell’armeria di Jim, la chiamano Smiley Rain, perché quel vecchio bastardo di suo padre, una notte scura e Appiccicosa, le squarcio il viso dall’angolo sinistro della bocca fino alla guancia gli diedero i punti quella notte stessa aveva perso tanto sangue la povera Rain io ed il mio angelo ci occupammo di lei, rimase con noi per un po’ di mesi poi se ne andò suo padre aveva avuto un incontro spiacevole con un tizio armato di coltello, ricordo che il giorno del funerale Rain non versò neanche una lacrima suo padre aveva condannato la parte sinistra del suo viso a ridere per sempre e lei fissava la bara del  suo vecchio con i suoi occhi vispi e Profondi si toccava i capelli e guardava un punto fisso, da quando il Mio Angelo aveva preso il volo Rain, una volta ogni due giorni mi faceva trovare un bigliettino, lo infilava sotto la fessura sentivo il suono dei suoi gioielli mentre si abbassava e faceva scivolare il biglietto, li ho tutti nel cassetto della mia scrivania non è ho aperto nemmeno uno, credo che Rain questo lo sappia.

“Credo Che quando hai finito di bestemmiare i santi, non ti resta più niente”…questo c’èra scritto nell’ultimo biglietto di Rain……..è Mattina ancora una volta la rabbia che ho non mi ha nutrito ne distrutto, mi ha inchiodato su questa sedia, la camicia è rimasta quella di sempre e la barba è ancora più lunga, oggi è il giorno del biglietto di Rain ma Rain, non è rientrata a casa.

Stamattina, Piove una pioggia insistente, il cielo è grigio, i rumori del palazzo sono amplificati,dall’acqua che cade sulle tegole,la sposa di 89 anni, stringe i suoi fiori secchi è appena fuori dalla mia porta, guarda nella mia direzione è Dice una sola parola,la dice sforzandosi, come se un chiodo le graffiasse l’anima e la gola dice “Rain” a quel punto la sedia della mia scrivania diventò scomoda, decisi di cercare Rain calpestai i pezzi di vetro a piedi nudi mi vestii e scappai di corsa e ogni piano che scendevo, ricordavo la notte, quella notte in cui il Mio angelo Decise di provare a volare, la pioggia volava, i lamenti del palazzo sembravano lontani ad ogni gradino, eccomi in desolation Row o quello che ne rimaneva, la pioggia era una sola singola nube di aghi che si stagliava sulla città e sulla strada polverosa, mi strinse nell’impermeabile, in tasca avevo la colt con tre colpi, e la fiaschetta con il mio amico Jack, la strada sotto la pioggia fino all’armeria di Jim e li la strada deserta e i lampioni illuminati nonostante fosse già giorno davano alla via un senso di desolazione ancora più forte non ero mai stato più solo le porte dei negozi erano sprangate le insegne cadenti e rovinate, un  gatto nero con al collo un campanellino tenuto da un filo rosso miagolò per attirare la mia attenzione era un gatto zoppo, e con un occhio guercio miagolò una seconda volta poi con eleganza si girò e mi guidò con il suo tintinnio incerto  dentro un vicolo, dove la pioggia e il buio faceva sembrare la mattina una specie di appendice della notte, dentro quel’enorme vicolo cieco, un Neon rosso richiamò la mia attenzione, sentivo il sangue che mi inondava le scarpe e la pioggia che mi scendeva in faccia e mi rigava il viso, l’insegna recitava “L - CLUB” c’era un cancello di ferro chiuso con un lucchetto arrugginito e vecchio si aprì facilmente, poi una scala ad ogni gradino corrispondevano due candele  poste agli estremi di ogni scalino le fiammelle sembravano infinte e giravano su loro stesse più volte non si vedeva la fine della scala, avevo gia iniziato a scendere quando mi accorsi che il tintinnio del campanellino del gatto non mi accompagnava più , e ad ogni passo la puzza di zolfo si faceva più acre e forte ad ogni passo, che compivo il mio dolore si faceva più lieve il whisky nella fiaschetta sembrava un inutile peso, le fiammelle illuminavano sempre di meno la pioggia che sbatteva sul mondo li fuori non mi toccava più ora era solo oscurità e Puzza, bruciavano gli occhi avevo il petto in fiamme  e il cuore che mi batteva all’impazzata, la scala  che sembrava infinita si esaurì piano piano ero lontanissimo dalla luce, una grossa porta di metallo rossa, nessuna scritta alla sommità, nessuna maniglia, alcun campanello, solo una piccola croce proprio al centro, diedi una spinta alla porta che si spalancò senza alcun rumore, aprendomi davanti gli occhi una stanza completamente foderata di Seta nera con al centro un Trono rosso e appena a fianco una gabbia dentro la quale era seduta Rain, con la sua gonnellina di tulle rosso e le sue calze a righe Orizzontali, era rannichiata su se stessa e piangeva singhiozzando seduto sul trono c’era un uomo, lunghi capelli neri e lisci, barba ben fatta, occhi neri e profondissimi, era in smoking nero, indossava un cilindro e un papillon entrambi Rossi, Alle mani un paio di guanti bianchi e nella mano sinistra una bastone che continuava a battere sulle assi del pavimento, mi fece un cenno di venire avanti, non ebbi il tempo di avvicinarmi di più che lui si alzò dal trono di scatto e con passo leggero si avvicinò a me fermandosi a pochissimi centimetri dal mio viso, che ancora gocciolava di pioggia, l’uomo in Smoking mi disse “Benvenuto” gesticolava creando grandi cerchi con le mani si muovevà con eleganza e sapienza quasi come se stesse recitando, la stanza era illuminata da una lampadina, situata proprio sopra le nostre teste ci illuminava entrambi di una luce stanca e pallida, il pianto di Rain era sempre più disperato sembrava vicino a me eppure riuscivo a malepena a scorgerne la figura li dentro quella enorme gabbia per uccelli, l’uomo mi fronteggiava mi accesi una sigaretta, l’uomo chinò il capo e disse, “Sei un’uomo intelligente  Joe Credo proprio che tu abbia capito dove sei” feci un cenno di assenso con la testa mentre respiravo la sigaretta e quasi il mio volto sorrideva, “ Bene Amico mio mi sono Preso Rain e la voglio per me perché la sua bellezza mi ha stregato gli occhi, si è presa tutta la mia attenzione e tu lo sai bene Joe, io ho molto da fare” io mi guardai attorno e senza scompormi dissi “ non è Questo il suo posto, in realtà nemmeno quel vecchio palazzo è il suo posto, ma di certo trascinarla nelle tenebre con te non mi pare una cosa molto da te, caro Lou” e nel concludere la frase estrassi dalla tasca la fiaschetta e gliene offrì un goccio, lui rifiutò mi guardò dritto negli occhi accennando un sorriso che aveva una diabolicità chiara e limpida, e annusandosi il garofano che aveva appuntato nel revers della giacca disse “cosa hai da offrire Joe ?, guardati come potrebbe interessarmi qualcosa di tuo non hai niente sei disperato vivi ubriaco dentro un palazzo di relitti umani siete tutti destinati a me presto o tardi ho l’esclusiva su Editor Row, te lo sei dimenticato ?”  il pianto di Rain era insopportabile “ Su Tutta Editor Street lo so, ma non su Rain, Rain non è per  Te Lou qualcuno verrà a prenderla,” L’uomo si tolse con eleganza un guanto e mi poggiò la mano sul viso, scottava sentivo il viso in fiamme, prese un lungo sospiro e disse “ hai ragione Rain non è per me, splende nonostante questa oscurità, si tolse l’altro guanto e mi poggiò entrambe le mani sul viso e fece toccare la sua fronte contro la mia e sussurando disse “ Ti hanno tolto tutto Joe, cammini sui pezzi di vetro della finestra che tua moglie ha attraversato, Bevi, vivi fissando una macchina da scrivere, non hai niente Joe hai solo la tua anima” Fece un cenno con la mano e si accese una luce rossa che illuminava un tavolo con sopra due contratti, mi porse una stilografica di Ebano, con la quale firmai il contratto che faceva di Editor Street la sua residenza il posto dal quale poteva attingere a piene mani in cambio di tutto il palazzo lasciò andare Rain a patto che lei si dimenticasse completamente di me e di quello che era stato della sua vita fino a quel momento, Rain mi guardo le sue scarpe con i tacchi picchiettavano sulle assi di legno il trucco tutto sciolto dal pianto,mi passò accanto mi sfiorò la guancia con le labbra e poi mi disse un semplice grazie sussurrato con tutta la grazia e il candore che aveva  non mi girai non la guardai,le sfiorai la mano mentre saliva piano piano le scale.

La vita è Ciclica, e mentre il resto va avanti e sul mondo splende il sole al 67 di Editor Street , una grossa nube carica di pioggia,  imprigiona gli abitanti di questi 20 piani. al 13° ci abito Io Mi chiamo Joe faccio lo scrittore indosso la stessa camicia da quando il mio angelo prese il volo,bevo whisky da una tazza gialla e lavoro per il demonio recluto anime per lui, faccio percorrere a tutti i chilometri polverosi e abbandonati di  “Desolation Row”  ed a tutti i disperati che mi accompagnano e oltrepassano con me il portone di questo vecchio palazzo, offro da bere dalla mia fiaschetta è il prezzo per un anima gentile.

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giovedì, 23 aprile 2009

Fuga Dalle Ombre

Vorticosamente Noise…evitando gli stati d’animo,in fuga perenne dalla mia ombra,volando e planando di tetto in tetto di parola in parola, senza soluzione di continuità,bussando ad ogni porta…graffiando il legno spaccandomi le unghie.

Vorticosamente Noise… spezzando le linee del tempo, segmentando i punti di sospensione,anime salve sottovuoto,sottocellophan,anime lisce e pulite…anime lontane e beate….anime Dannate….un fondo d’inferno,una porta chiusa,una brusca interruzione, dedicato al Rock….

Respiro Profondo, Scendendo nel nonsense, Scendendo nel vortice sopra scale che non portano a nessun paradiso…solo illusioni in pacco da dodici….illusioni che sanno di frutta marcia, di Umori sbagliati di Travasi di Bile,di lacrime e sonno pesante.

Vorticosamente Noise..dentro una notte senza fine,Vorticosamente Noise, senza la tua presenza,assaporando la tua assenza….di goccia in goccia…di volta in volta…di bicchiere in bicchiere…..svuotandomi gli occhi….

Male Di Vene Intasate,Male di Vene Dimenticate,Dimenticandomi di Ricordare,Scrivere silenzioso, assorbire il suono della penna sul foglio Ne bianco ne Giallo, ne Profumato ne Maleodorante..illuminato d’eclissi….Foto Impresse…Foto Impresse….

Vorticosamente Noise….Dentro un’Incalzante Ritmo di Cuore…Sopra una lavagna….Ghiaia dimenticata Polvere Depositata…..

Vorticosamente Noise…..Vapore Acqueo…che Diventa Nuvole,che diventa Pioggia….Che diventa Fango che si attacca alle scarpe…

Male…di Ossa,Male di Cuore,Male di Silenzi…male di Croci Dimenticate….male di Croci metalliche….Male di Croci Appese…

Tatuaggi…..Sbiaditi…Ricordi….Lontani…..Fredda Elettricità……

Niente è Troppo Lontano…..Niente è Troppo Vicino…

Vorticoso Noise di un Cuore Distorto……

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lunedì, 09 marzo 2009

Alone

 “Soltanto solo è l’unica ricchezza che ho, so stare solo, non ho bisogno di soldi ne di attesa, non voglio oggetti, sono troppo distratto per possedere qualcosa..e se fossi in Madagascar tutto sarebbe più semplice…non posseggo immagini fermate dalla mia macchina fotografica…Non mi guardo indietro perché non ho nulla da guardare..ho tanti no..milioni di porte chiuse e il resto chi se lo ricorda più, si perde tra mille congetture inutili e che fanno solo perdere tempo..L’altra notte ho scambiato un lampione per la luna, mi stupivo di come La luna riuscisse a brillare con tutta quella pioggia, sono rimasto immobile per un sacco di tempo prima di capire che in realtà era una lampadina…..sono  troppo distratto per vivere in questo tempo…a volte me lo fanno notare..e io ci resto un po’ male ma fa parte del gioco io non posso farci nulla se il ruolo più merdoso della commedia è toccato a me….Sono quello che ha sempre dovuto avere coraggio che ha dovuto masticare polvere e insetti, quello che si è fatto bruciare dal sole, che si è fatto male…che è nato storto, quello di cui tutti possono e devono lamentarsi quello solo all’angolo della stanza……mentre il mondo va tutto nella direzione  Opposta….”

Camminavo sotto una pioggia fitta l’altra notte indeciso se continuare a farmi male arracando sotto quella cascata di aghi o invece ripararmi sotto un balcone, e attendere che la pioggia cessase, avevo a pochi metri da me un gatto, non davamo granchè importanza l’uno all’altro..io camminavo un po’ barcollante vittima delle mie lacrime di vino che mi cacciavo in gola per contenere il mostro che mi nasceva dentro piano piano.e il resto della città sonnecchiava placida mentre la pioggia scendeva decisa e finissima…i miei stivali pieni d’acqua un paio di pipistrelli mi schizzavano a pochi metri dalla testa, non ho più nulla solo pensieri solo affannatissimi sordidi pensieri di morte e schizzi di sangue troppo lontani i colpi di revolver sono ricordi lontani e questa notte io non so proprio dove andare, non conosco nessun posto apparte casa mia la vecchia baracca che mia nonna mi aveva lasciato.

In questa bidonville che si dipana sotto un gigantesco cavalcavia, un onda anomala di cemento e ferro che tiene sotto scacco queste case di legno tutte uguali tutte distrutte con i loro piccoli giardini incolti e devastati… c’è una Ragazzache si esercita non mi stupisce d’altronde c’è anche un Balordo che cammina seguendo un gatto e che ogni tanto si butta nell’esofago un po’ di vino disorientato e sperso..quel balordo sono io la Ragazzainvece fa roteare delle clavette alle quali a dato fuoco…le fiamme e le scintille illuminano questo ghetto di disperati..domani farà caldo…o forse no..chi se ne frega..e giù vino…

La barba dovrei iniziare a rifarmela, dovrei cambiarmi la camicia…ma non ho voglia..non ho voglia di riasettare casa, ne di imbracciare la chitarra e riformare la band, non ho voglia di andare al cimitero a trovare i ragazzi…non ho voglia di guardarmi allo specchio ne di mangiare ho solo voglia di camminare e farmi trafiggere da questi spilli del vodoo che il cielo mi bestemmia sulla testa..ho solo voglia che la testa mi giri..cosi tanto da farmi cadere per terra e non farmi più trovare casa..il sibilo delle clavette infuocate mi fa battere il cuore, sono confuso ho la vista annebbiata, guardo in alto ho la sensazione si sanguinare dagli occhi..invece forse sto piangendo… ma con tutta questa pioggia mentre giro su me stesso..non ho la percezione esatta di quello che mi succede..

Sento solo il cuore, sento le vene gonfiarsi e niente altro attorno…la pioggia non mi lascia in pace l’ultimo sorso di vino..lo bevo in piedi accennando un brindisi all’ennesimo lampione che ho scambiato per la luna.

La strada verso casa..seguendo il marciapiede pieno di buche e segni di fiamme, scansando le cassette della posta..o i paletti di legno che le ospitavano..questo viale doveva essere perfetto prima di ospitare la feccia, prima di diventare la bidonville di questa città, prima di farsi sovrastare e violentare da questo gigantesco cavalcavia, prima di farsi oscuraree obliare da tutto quel progresso che qui non arriverà mai, qui non arriva nemmeno il camion dei gelati, qui a momenti non arriverà più nemmeno il tramonto a punirci con la sua assenza, qui ci accontentiamo di un lampione per un brindisi alla luna, il gatto procede parallelo a me non si avvicina ne si allontana è un bel gatto grigio, ha gli occhi di un azzurro bellissimo, mi ricorda qualcuno, ma non ricordo chi, sono al numero 76, dovrebbe essere casa mia.

La porta di legno dipinta di un verde pallido spingo la maniglia e sento che è casa mia, lo sento dalla puzza di chiuso e di alcool stantio, accendo la luce e mi volto il gatto è li che mi guarda, piega la testa verso destra poi si gira e se ne va..un qualche spirito lo ha incaricato di portarmi a casa, o forse no, non mi importa, sul divano la mia gibson si fa accarezzare dalla polvere ma non più da me, il buco e poi la cicatrice che la mia mano destra ha ospitato e ospita hanno fatto si che la musica non mi scorresse più nelle vene, ma un colpo di pistola ha fatto si che mi scappasse dalle dita definitvamente…..avrei preferito morire, avrei preferito l’altra mano…..

Mi siedo sul pavimento e rovistando tra le milioni di cose che ci sono scaraventate per terra, i miei occhi da ubriaco si posano su un vecchio carillon che mi aveva lasciato mia Nonna Eve, la ballerina magnetica gira su stessa muovendosi a scatti…..la melodia e dolce e incessante è tutta una seria di note acute, mi sa di casa, di ninna nanna, mi sa di estati passate al caldo di questo sole, quando ancora non c’era l’onda di cemento freddo,  non sapevo che odore avesse il sangue, ne tantomeno che la musica della mia gibson un giorno potesse cessare, è buffo ritornare indietro nel tempo sentirsi bambini con il fiato che puzza di vino e la pancia che brucia dannatamente sotto i colpi dei miei vizi e dei miei fallimenti, ho bagnato tutto il pavimento di lacrime e pioggia  sento i miei occhi sanguinare….o forse piangere..non mi ricordo più che sensazione si prova….sento indistantemente le clavette della Ragazza sibilare…non so più che odore ha il sangue tanto vale rinfrescarmi la memoria..mentre la porta si spalanca al mio passaggio mi rendo conto che la città gira di meno e che quello che sgorga incessante dai miei occhi non è sangue….odio averlo scoperto,odio il sibilo, odio la pioggia,odio quella ragazza , odio il fatto che il gatto se ne sia andato, odio sentirmi solo e odio me stesso.

Stringo il coltello,e mi avvicino a grandi passi la Ragazzaè di spalle i suoi jeans neri i suoi capelli biondi e il suo gilet di pelle nera sono completamente fradici di pioggia, mi sente arrivare lo vedo, si volta…ed è come guardarsi allo specchio per un lasso di tempo infinito, la ragazza ha il mio stesso volto, stessi lineamenti, un sorriso accennato.

Mentre le clavette ci cadono attorno e incendiano il prato capisco che è mia sorella quella che  mi pianta un coltello nella pancia che in un secondo smette di bruciarmi, e lei la Bambina bionda che un giorno giocava con me e il giorno dopo, non più, mentre tutto si fa sfocato dalle fiamme mentre la pioggia non riesce a smettere di cadere le fiamme ci avvolgono, mia sorella mi abbraccia e mentre lo fa anche io gli conficco il coltello nella pancia entrambi sorridiamo ci siamo ritrovati dopo anni…mentre il fuoco ci devasta…forse per una volta l’unica volta è come se non fossi  Solo…

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martedì, 27 gennaio 2009

PAURA

Mi Ricordo Quella fontana, il sole delle sei del pomeriggio, la città che sonnecchiava adagiata sul mare, nessun’rumore solo profumo intenso d’estate, niente più quello l’acqua torbida della fontana, riusciva ancora a riflettermi, a rimandarmi la mia immagine come una diapositiva che si era incastrata nel proiettore, sentivo un senso di disagio, mi guardavo attorno, il sole mi lambiva, dal vicolo che porta alla piazza,proprio di fronte alla grande chiesa, vedo avvicinarsi, una figura, era una ragazza, neanche una donna, ma stava per diventarlo, si avvicinava leggera avvolta in un vestito bianco di pizzo leggero, i suoi capelli neri erano smossi dal vento, e la luce, quella luce, la faceva la incorniciava in uno specchio di luce, il tempo si fermò e il vento caldo cessò per un solo instante di tormentare la mia pelle, ebbi un sussulto quando si avvicino a me, e con le sue bianche mani mi sfiorò le guance, e mi sorrise…..il cielo non accennava a scurirsi, il sole era sempre li a metà tra il cielo e l’orizzonte che era pronto ad accoglierlo.

 

Mi sfiorò le guance e pronuncio una parola al mio orecchio, poi il vento riprese a soffiare, e il calore a bruciarmi, e lei., lei era sempre avvolta nel suo alone di luce chiara, dentro quel vestito, che la rendeva irreale, le unghie delle mani, dipinte di nero, in pieno contrasto con la pelle cosi chiara…come di perla….seduto sul marmo antico di quella fontana, a contemplare il tempo che zoppicava  come un vecchio stanco e privo di bastone.

 

Mi Ricordo il boato, dei palazzi crollare, mi ricordo il vento smuovere la polvere e i calcinacci e non scorderò mai l’entrata dei carri armati dentro la piazza, come una processione di animali feroci, pronti a ghermire le prede, La Ragazza, non badò ai miei sussulti era serena, mi prese la mano mentre i palazzi che circondavano la piazza cadevano come castelli di carta, mi prese la mano una presa leggera ed eterea, un movimento netto ed elegante, girammo attorno alla fontana, mentre sentivo distintamente le prime bombe fischiare e tagliare l’aria, mi porto nel vicolo a sinistra della grossa chiesa che sembrava fatta di Sabbia……..

 

Procedeva in silenzio, a passi svelti e silenziosi io dietro di lei a metà tra una sensazione di paura e di serenità confuso in mezzo al sudore che quel caldo straziante mi tirava fuori a unghiate dalla pelle, lei era a mezzo passo da me mi stringeva la mano mentre procedeva decisa per le viuzze della città vecchia, saltando ogni ostacolo, tralasciando ogni porta, scansando ogni persona, che correva terrorizzata dal fischio delle bombe e dal rombo degli aerei, il panico non sembrava toccarla, la paura probabilmente aveva paura di lei..e quella sensazione di calma e serenità stava piano piano avendo la meglio sulla paura….

 

Arrivammo quasi in cima alla città vecchia, la ragazza aprì un portone vecchio e malmesso, non mi guardò nemmeno un attimo, si muoveva a suo agio nel buio pesto di quella casa con le imposte inchiodate, e i mobili tarlati e distrutti, il pavimento era coperto da uno spesso strato di grigia polvere, gli affreschi nei soffitti erano inesorabilmente violentati dall’umidità e dal tempo che si era abbattuto inclemente su quella vecchia casa…una pesante tenda di velluto rosso, e poi ancora un'altra, e un'altra ancora, un corridoio circolare, che portava ad una scala che saliva incerta e fiera, al piano superiore, i gradini scricchiolavano solo sotto i miei piedi, la sensazione di serenità aveva ormai avuto il sopravvento sulla fredda paura, sentivo una morsa piacevole allo stomaco e mi nutrivo del profumo di pioggia che avevano i capelli di quella ragazza cosi bianca e pura da sembrare un soffio di vento….

 

Arrivammo insieme in una camera circolare che aveva al centro un letto a baldacchino di legno scuro con le tende di organza bianca aperte e preparato per ospitare due sposi, una quantità incredibile di cuscini di tutti i colori, petali di rosa freschi sopra il copriletto bianco, i soffitti i mobili erano tutti distrutti se possibile ancora più distrutti rispetto al piano inferiore, il pavimento scheggiato e in alcune parti mancante, ma il letto no, il letto era intatto, come uno sposo in attesa trepidante d’innanzi alla chiesa…..la ragazza mi guardò in faccia e delicatamente mi sfilò i vestiti uno per uno, poi lei fece scivolare ai suoi piedi il suo candido vestito..mi porse la mano e mi fece un cenno quasi impercettibile ed io, senza dire una parola, ancora una volta non riuscii a far altro che seguirla dentro quel letto enorme che sembrava come sospeso fuori dal tempo.. ... mentre aldilà delle imposte inchiodate le bombe ruggivano i carri avanzavano, e le urla della gente squarciavano il silenzio che assorda dopo ogni bomba che ha centrato il bersaglio e distrutto ogni cosa…i cavalli bardati facevano tremare la terra…ma la paura non albergava in quella stanza la ragazza si strinse a me….e chiuse gli occhi…solo allora mi accorsi che la paura era completamente scomparsa……e che il sole era scomparso da un pezzo, il livido pallore di lei…sopra la mia pelle bruciata dal sole da un piccolo spazio tra le assi scorgevo….le urla…..la polvere…la gente scappare e morire, i palazzi cadere….quando vidi cadere la chiesa…nemmeno in quel momento la paura mi sfiorò mentre lei dormiva….accanto a me… candida e serena mi stringeva le mani….mentre il bagliore delle bombe squarciava il cielo tutto attorno e sopra di noi….

Lasciai cadere il mio respiro e mi addormentai accanto a lei…..sincronizzai il mio respiro al suo…..cercando un po’ di silenzio….solo un po’ tra un urlo e un colpo di mortaio….abbracciato alla mia sposa, senza chiedermi il perché, la guardai l’ultima volta avvolta in quella luce livida e lucente.

A e Per Viviana...con ogni fibra del mio cuore e ogni pezzo della mia anima

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lunedì, 15 dicembre 2008

Amy

Un viale alberato, è tutto ciò che mi ricordo

 

Mi ricordo l’erba che morbida mi accoglieva, mi ricordo i rumori della città che  stonavano nel contesto di tutto quel verde  giallo e arancione, mi ricordo le foglie che cadevano dagli alberi e intasavano il vialetto di terra battuta, la giacca di pelle era bagnata di brina il berretto di lana ben calzato in testa e tutto quanto il corpo era preda dei  brividi della notte.

 

Non ricordo come sono finito qui, è mattina presto, le nuvole con la luce dell’alba prendono tutti i toni del viola, mi ricordo che guardavo la città dal finestrino dell’automobile e mi ricordo che poco prima del buio qui attorno a una fiamma stavamo preparando l’ultimo buco con le mani tremanti reggevamo il cucchiaino e le siringhe seduti in circolo sul prato e il tramonto che i faceva abbastanza luce, c’era Amy, ricordo che indossava una giacchetta di lana viola e nera un paio di mezzi guanti, dei  jeans azzurro chiaro distrutti e strappati, e  un paio di  converse nere, aveva la matita nerissima che incorniciava i suoi occhi cosi sorprendentemente  neri e una ciocca di capelli rossi fuoco che gli usciva dal berretto, le sue dita e le sue mani erano distrutte e graffiate, a Amy piacciono i gatti, mi ricordo questo, e la vedo che si lecca il labbro inferiore mentre si cerca la vena.

 

L’alba si fa più lucente, e folgorante, il parco si anima e gli uccellini cantano mi sento le ossa fuori posto, non c’è nulla attorno a me, forse il guardiano non mi ha neppure visto, raccolgo da terra la chitarra che ha dormito tutta la notte vicino a me, ho le converse distrutte, i piedi freddi e credo anche di avere il cuore freddo.

 

Il Parco è spettrale c’è un silenzio irreale, i lampioncini che costeggiano il vialetto emettono una luce fioca, e pallida, nessun uccellino canta, sento solo il crepitio delle foglie sotto i miei piedi mentre mi inoltro all’interno del parco, tra le grotte che da bambino mi facevano paura, adesso sento freddo e credo che quello sia un buon riparo.

 

La mia vita, mi scorre lenta attorno mentre mi guardo gli avambracci tutti bucati, tiro su con il naso e vorrei tanto avere una casa o perlomeno trovare Amy, o perlomeno una Dose,da spararmi in vena per riscaldarmi questo sangue marcio che mi circola in corpo, e si porta via ogni residuo di me, e di quello che sono stato, ero un buon musicista suonavo nei club, mi ricordo quando Amy, si accese dal buio come se un fascio di luce l’avesse investita, mi folgorò gli occhi mentre suonavo su quel palco, mi ricordo un sacco di gente in quel pub fumoso, con le assi di legno che rumoreggiavano e subivano inerti il peso di tutta quella gente sudata e urlante, mi ricordo che ero un buon musicista, la grotta è umida e fredda, mi beccherò qualcosa lo so, ho il viso freddo le labbra spaccate e tanta voglia di morire, di chiedere scusa a mio Padre, di chiedere scusa alla mia arte e tutta quella musica che mi è scomparsa dalle mani chissà quando e chissà perché, mi siedo su una roccia tiro fuori dalla tasca un foglietto, il cielo è plumbeo pochissimi raggi di sole lo colorano, leggo il foglietto è una lettera di Amy è scritta con una grafia piccolissima e ordinata, di tanto in tanto incontro qualche gocciolina di sangue, che sicuramente le è scappata fuori dalle dita, cosi graffiate e insanguinata come solo lei sa ridursi, leggo tante parole, che mi bloccano il respiro, c’è buio illumino il foglio con un accendino, ma quello che leggo adesso non mi piace più..Amy dice che è stanca che non ce la fa più che le mancano i tempi in cui la musica non mi scappava dalle dita…Amy dice e mentre la immagino toccarsi il labbro e far tintinnare i suoi anelli d’argento,dice che vuole andare via, io questa lettere ieri non l’ho guardata ero troppo indaffarato a preparare lo schizzo, ero troppo indaffarato a convincermi che in quello sguardo cosi nero Amy non nascondesse amarezza ma amore, adesso le parole mi scorrono sotto gli occhi mentre sento le fitte della crisi d’astinenza e lo stomaco che mi si vuole aprire in due, sento aumentare i battiti e nonostante il freddo sento il sudore, che comincia a prendere il sopravvento insieme a quella sensazione d’ansia e di impotenza che mi fa mancare l’aria.

 

Seduto su un sasso, mi guardo dritto davanti e vedo solo roccia, le mani giunte una dentro l’altra ma sono solo le mie, soltanto le mie, stringo quel foglio cosi consumato, stringo quei quattro ricordi che riesco a scorgere, sento una gran confusione mentre una riga di melassa graffia il grigio di quel  cielo che sembra fatto di piombo e ho come la sensazione che il peso del mondo sia tutto sulle mie spalle.

 

Esco dalla grotta che è mattina inoltrata il parco brulica di vita, un timido sole mi riscalda un po’ il viso,incrocio alcune persone che corrono cammino stralunato, ho ancora le ossa fredde,il rumore della città copre i miei passi e i miei pensieri, stringo forte quel foglietto, e adesso si adesso sento riscaldarmi le ossa, adesso i miei piedi congelati accelerano il passo mi stanno portando chissà dove in tempo ma poi quale tempo io questo lo ignoro,ma corro e corro veloce con le lacrime chi mi rigano il viso….cerco l’ultima occasione di riavere Amy, corro stringendo gli occhi il freddo mi fa male, e i miei occhi perdono lacrime mi mancano le forze dopo 10 metri cado a faccia in giù sulle foglie nessuno mi aiuta ma mi rialzo, e ricomincio a correre……..esco dal parco……

 

La città è grigia i palazzoni alti del quartiere popolare sembrano delle enormi scogliere, ogni tanto qualche murales, da una nota di colore, continuo a correre oltrepasso un cavalca via, correndo e piangendo corro verso Amy…corro verso casa sua..

 

Apro la porta di legno, è bianca, entro in casa ho ancora le chiavi un piccolo comodino antico alla sinistra della porta poggio li sopra le chiavi, oltrepasso il corridoio guardando di sfuggita le pareti di mattoni rossi….. arrivo all’ultima stanza, un piccolo specchio ovale appeso al muro di fronte a me non mi guardo nemmeno spingo la porta del piccolo bagno e vedo Amy, li nella vasca bianca, completamente abbandonata,  capelli rosso fuoco bagnati e tirati tutti indietro, l’acqua nella vasca è completamente rossa…..ne esce un po’ fuori e macchia le piastrelle bianche e nere……..Amy è li inerme senza forze, le vene dei polsi recise di netto….i suoi occhi cosi clamorosamente neri sbarrati e vuoti senza vuoi eppure è cosi bella, la tiro fuori dalla vasca la sua pelle è diafana cosi pura….tento di rianimarla mentre le lacrime rigano sempre di più il mio viso, non respira le sue labbra sono viola….. il suo corpo è freddo……la stringo forte a me…ma non sento battiti….e piango piango, piango come se non avessi mai pianto in vita mia le urla non scompongono la calma del palazzo nessuno scende a chiedere se per caso è successo qualcosa..ma niente rimango in silenzio con Amy tra le braccia, a singhiozzare nell’eco del bagno….

 

Ho l’ultima dose la tengo nella tasca interna della giacca la preparo con cura…il sole oltrepassa le tapparelle come una lama, mi siedo sul tappeto, la mano tremante riscalda il cucchiaino, preparo la siringa, cerco la vena…..finalmente calore…finalmente è finito il freddo stringo il foglietto tra le mani..e mi sdraio sul tappeto…….e lascio andare il mio respiro…e cerco Amy tra le pieghe del tempo e cerco Amy ma non la trovo…..

 

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lunedì, 03 novembre 2008

Il TrEnTeSiMo PiAnO

Trenta piani, ho fatto i gradini uno per uno, e mano mano che salivo il fiato si accorciava, trenta piani, per un totale di venti gradini per rampa fa un numero altissimo che non mi va nemmeno di considerare.

Il fiato si accorciava e il cuore accellerava, gli anfibi tintinnavano il cappotto di lana grigia che mi riparava dal freddo, nonostante in quella claustrofobica spirale non servisse, metallo grigio e freddo suono impersonale per nulla rassicurante, trenta piani, fatti a ritmo sostenuto, per la fretta di arrivare in cima lassù al trentesimo piano, ogni passo un ricordo in meno, ogni goccia di sudore un senso di leggerezza che non mi era mai appartenuto prima di allora,scale su scale, guardo su e vedo un intrecciarsi di metallo che dovrò percorrere per intero, tintinnio di anfibi, tic tic di orologio ma l’ora non mi importa, lo tolgo me lo sfilo dal polso quel vecchio orologio di metallo lo poso con cura sul gradino che devo ancora calpestare, e poi continuo, trenta piani, sembrano pochi a dirlo ma le scale mi ripetono di continuo che mi sbaglio, accellero il passo, vado dietro al ritmo del cuore che per la stanchezza adesso pompa più forte, sono accaldato, sudo, e il ritmo si fa sempre più veloce pochi minuti e questa rampa mi sembra già impossibile da superare,  mi passo una mano sul volto è madido di sudore, il neon pallido mi rimbalza sugli occhi, non ci vedo bene ho guardato per troppo tempo il neon, non ci vedo bene ho il sudore sugli occhi….

Trenta piani, sono quasi a metà percorso, mi sento scoppiare il cuore ma devo arrivare, la scalata è impervia e priva di qualsiasi soddisfazione o colore, trenta piani per non sapere cosa fare una volta arrivato al trentesimo, all’altezza della grossa scritta in vernice nera sul muro bianco che raffigura il numero 15, mi fermo per prendere fiato, una bambina  con i capelli biondi legati da un nastrino porpora , mi guarda fisso non accenna il minimo sorriso indossa un vestito rosso di tulle, apre la porta antiincendio mi guarda per un altro  attimo mi sorride e scende le scale con le sue scarpette di vernice anche loro del medesimo colore del sangue che adesso sento tanto veloce intasarmi le vene,non fa il rumore che faccio io, quasi lievita su quel freddo e impersonale metallo la gonnellina sembra una nuvola di zucchero filato aromatizzato alla fragola, ho il fiatone, e le mani fredde, i miei occhi vanno in mille direzioni la luce del neon rende quel piano, freddo e squallido la bambina che scende le scale sembra una goccia di sangue su un piano di metallo freddo, continuo a ritmo sostenuto il mio cuore si è un po’ quietato, il mio fiato è tornato a regime normale, il sudore mi si è ghiacciato addosso, ma il cappotto almeno adesso fa il suo dovere, le fibie tintinnano, ed è un suono che comincia a piacermi.

Piano 25:

 sotto il grosso numero 25 che indica il piano c’è una scritta in vernice Rossa, è a caratteri cubitali, dal penultimo gradino sembrava vernice in realtà e sangue la scritta recita “Jesus, Look at Me Flying” quella scritta mi aveva messo i brividi il sudore mi si era cristallizzato sulla fronte…..ma ripresi a salire sempre più di corsa fino a spezzarmi il fiato.adesso i gradini li salivo  tre a tre, mangiavo quel metallo non sentivo rumore di fondo solo i miei passi e il mio fiatone……

Piano 30:

 il pavimento del piano era pulito e lucido non aveva niente a che vedere con quelli sottostanti pieni di sacchetti di immondizia e cartoni sui quali probabilmente qualcuno passava la notte,  il fiato era fumoso per il freddo che mi aveva preso alle ossa, ero congelato le mani erano due pezzi di ghiaccio che tentavo di riscaldarmi con il fiato o con quel poco che mi era rimasto in corpo, la scritta 30, era ben visibile e forse rifatta da poco….una porta antincendio mi avrebbe portato sul tetto, il pavimento del tetto era coperto da una coltre di neve bianca, le antenne della tv sembravano degli alberi, mi muovo piano, incerto, ma con un obiettivo ben preciso in mente, il cornicione…………..

Trenta piani ricordo le scale come se le avessi fatte con tutto il corpo una per una, ricordo il cuore che mi saltava dentro la gabbia toracica, il sangue che mi scorreva come non aveva mai fatto prima di allora, il tintinnio dei miei anfibi era una melodia sconosciuta e mi chiedevo se la bambina vestita di rosso con quei suoi bei boccoli biondi avesse finito la sua discesa…ma non era questo il momento di chiederselo, il silenzio mi avvolgeva completamente la neve bianca che cade dal cielo lenta e inesorabile, mi provoca uno spasmo al petto che fatico a contenere le lacrime rigano il mio volto e si congelano ancora prima di toccare terra, i miei occhi si riempiono di quel liquido che mi fa avvertire ancora di più il freddo rigido che sento addosso, appiccicarsi e stringermi come in una morsa, il vento soffia e mi trapassa come una lama, il suo urlo mi squarcia la testa… sento un eco di musica, ma non capisco da dove provenga, sono oltre le nuvole sembra quasi che il cielo si sia abbassato stanotte..la neve mi riempie il cappotto e mi appesantisce…le antenne da questa prospettiva sembrano alberi morti dentro un cimitero bianco e abbandonato….salgo sul parapetto..  con le lacrime che ancora rigano il volto e mi bagnano la barba davvero troppo lunga…la musica che prima avvertivo appena si fa sempre più vicina mi volto e dietro di me seduto sul comignolo un ragazzo con le mani insanguinate e le unghie spezzate, suona una melodia, ha il berretto di lana calzato fin sopra gli occhi, guarda il vuoto e poi guarda me, ha gli occhi azzurri e profondi mi fa un cenno di saluto con due dita si tocca il sopracciglio sinistro…e mi sorride…e io decido di Volare Giù….

Dicono che quando cadi da un palazzo ti passa tutta la vita davanti, non è cosi, io sto vedendo tutto quanto rallentato il vento che mi fischia nelle orecchie mi sembra quasi una ninna nanna lo avverto appena sul viso apro le braccia per fendere l’aria ma non vado per niente più veloce…..la musica del ragazzo si fa sempre più lontana…le luci dei piani mi fanno confondere gli occhi….aprò la smorfia che il vento  disegna sul mio volto in un sorriso…le braccia aperte…il cappotto che mi batte addosso e mi fa sentire come se avessi le ali..la caduta non l’avverto nemmeno, tutto mi sembra cosi lento adesso, tutto mi sembra cosi piccolo da quassù…..riesco a scorgere la gente che sta sotto di me raccogliersi in un piccolo esercito mosso dalla curiosità non li guardo….vedo il portone di vetro scostarsi e la bambina con il vestito rosso uscire spensierata…l’ho vista stavo in pensiero…..adesso sono contento..il sorriso si fa più largo sul mio viso e le braccia sono sempre più aperte……chiunque abbia inciso quella scritta sul muro del 25° piano sapeva cosa faceva….. adesso ho voglia di scrivere anche io qualcosa su un muro ma non farò in tempo mi sarebbe piaciuto scrivere.. “Jesus Look at me! i'm FLYING " guardami sto volando….sto volando…sto volando…sto volando…la musica non la sento più i curiosi sono sempre di più il vento mi apre in due come una lama adesso lo sento adesso vado veloce…….sto volando………

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categoria: racconti


venerdì, 12 settembre 2008

La Casa Sulla Spiaggia

C’è una casa bianca in riva mare, è alta sovrasta la spiaggia, ha una scala di legno che conduce dalla spiaggia fino al grande portico, è appena fuori dal paese, era la casa di una vecchia, dicevano fosse una strega, Jack era seduto sugli scogli, lottava contro i suoi fantasmi, stringeva tra le dita della mano sinistra una foto di Ivy, i capelli biondi le coprivano la metà del volto, ma il suo sorriso per lui era una cicatrice indimenticabile, Jack era seduto su una duna della spiaggia alcune erbacce davano una spruzzata di verde a quel luogo, lui aveva una giacca nera, e tremava come una foglia, il vento invernale rendeva tutto cosi freddo e spettrale ma Jack aveva deciso lo stesso di fermare la macchina e scendere per osservare tutto quel nero,il mare ed il cielo sembravano un unico blocco, c’era aria di pioggia, ma a jack non importava perché sapeva che quello era l’unico posto in cui sarebbe stato tranquillo almeno per un po’ e su quella duna avrebbe lottato ad armi pari contro quei fantasmi che lo stavano scavando dentro come uno strano virus.

 

La sigaretta si consumava in fretta, Jack avrebbe voluto piangere, la foto di Ivy, era lì stretta nella mano, i battiti del suo cuore erano come rallentati e quel vento carico di pioggia lo faceva sentire meno solo,guardava il mare che non sapeva dirgli nulla, di Ivy non aveva saputo nulla dopo che lei era scappata un giorno non si ricorda nemmeno quale di preciso sa solo che tutto d’un tratto Ivy non era più con lui, da quel giorno tutto cambiò nella sua vita, sembrava che la notte non volesse più passare le ore scorrevano lente mentre le sigarette si susseguivano e tutto diventava sempre più nero, l’attenzione di Jack fu attirata da una fiammella che ballava vicino il mare, la luna era coperta da delle nuvole ma ogni tanto uno spiraglio di luce pallida illuminava la spiaggia

 

In riva al mare c’èra un uomo che muoveva pochi passi. Sempre gli stessi copriva le sue orme si muoveva in circolo indossava un pesante mantello nero con l’interno di raso rosso e un cappello a falda larghissima, tra le dita la fiammella di una sigaretta illumina tutto quel nero denso che lo circonda.

 

Ai suoi piedi una donna completamente nuda e stesa a faccia in giù i capelli rossi coprono il suo viso, la sua pelle bianca riflette la poca luce lunare che filtra dalle pesanti nuvole, l’uomo si muove poco, quasi flemmatico nel suo “non incedere” la fiammella va spegnendosi, il mare è calmo e docile sembra quasi assecondare l’uomo è testimone muto di ciò che è successo.

I pipistrelli svolazzavano sopra l’uomo non curante, di qualsiasi cosa stesse succedendo.

 

A Jack batteva forte il cuore cosi forte che aveva l’impressione che gli squarciasse il petto, aveva visto la donna e non sapeva cosa fare era inverno e di lì non sarebbe passato nessuno, qualcosa si mosse nella spiaggia, l’uomo aveva caricato sulle spalle la donna e stava salendo la scala di legno che portava alla casa Jack, si nascose dietro un cespuglio di rade erbacce, nemmeno lui si spiegò il perché ma decise di percorrere le scale, e di entrare dentro casa.

 

Cosi fece, scostò il grosso portone di legno massiccio, fece un rumore sinistro ma Jack non ci fece nemmeno caso, appena entrato calpestò un tappeto giallo, ci cammino sopra poco e poi dovette aprire un'altra porta, c’era poca luce ma la stanza era stranamente illuminata come se dal soffitto un unico raggio di luna rimbalzasse sulle pareti, Jack accese l’accendino e vide una cosa che non aveva mai visto prima, la stanza era completamente rivestita di specchi, grandi specchi antichi alcuni con preziose cornici altri alti fino al soffitto, un soffitto altissimo che aveva un buco proprio al centro proprio per creare questo gioco di luce, Jack era confuso, non sapeva come muoversi, si muoveva circospetto, ma si accorse che la stanza procedeva in discesa, segui la pendenza come una pallina su un piano inclinato, camminò per molto tempo, e si imbatteva di continuo nella sua immagine sempre la stessa, a Jack sembrava di impazzire, guardava la Foto di Ivy appena illuminata dal fuoco dell’accendino giunse ad un ascensore, si chiese quanto strana fosse quella casa, schiacciò il pulsante per chiamare l’ascensore che arrivò subito, all’interno la luce al neon era intermittente l’ascensore aveva le pareti foderate di pelle rossa.

 

La tastiera era composta stranamente aveva i tasti 1,2 e 3 che dovevano corrispondere ai piani della casa, e sotto di questi altri tasti su cui era scritto -1, -2, -3.

 

Jack schiaccio il tasto meno una discesa fu rapida la porta si aprì e Jack entrò dentro la stanza era completamente bianca, con i mobili di alluminio faceva freddo e il pavimento era di marmo bianco, le pareti erano lucide, ma non erano specchi, era tutto pulito asettico, i passi di Jack risuonavano, su quel pavimento maniacalmente pulito. La stanza era strutturata in maniera spigolosa sembrava un ring di pugilato, i mobili erano tutti accostati ai muri e al centro era completamente vuota, il soffitto altissimo e bianco aveva una sola macchia rossa.

 

Jack si guardò attorno ma la stanza era vuota non c’erano sopramobili, non c’erano tracce di respiro umano sembrava un’anticamera di qualcosa, la porta dell’ascensore chiusa si confondeva con le pareti ma fu facile trovare la lucetta bianca dell’ascensore, Jack Schiacciò -2.

 

La stanza al piano meno due era completamente foderata di raso viola e illuminata da un lampadario di ottone sul quale erano poste delle candele. sembrava una grande bara, i mobili erano di legno scuro, e molto curati dovevano essere antichi, tutti molto puliti non c’era un filo di polvere, al centro della stanza che si sviluppava in modo triangolare c’era una scala anche essa di legno, che odorava di impregnante per legno, l’ambiente era sicuramente più caldo i passi degli scarponi di Jack sul legno sembravano pesanti, la scala lo portò verso un soppalco una balconata in alto che faceva scorgere la stessa stanza, c’era una poltrona viola un tavolinetto con sopra un portagioie di madreperla, dal buio uscì una figura, era una donna alta ed esile vestita con un vestito nero aveva la veletta abbassata sul viso, e piangeva i guanti di pizzo nero stringevano un fazzolettino bianco con un ricamo rosso,su un angolo.

La donna si avvicinò rapidamente a Jack non scostò la veletta ma la sua voce mise i brividi al ragazzo era come un rantolo, gli disse “Cosa ci fai qui ragazzo ? questo è un posto dove i sogni muiono e non rinascono più chi hai seguito forse l’uomo e il suo carico ?” Jack fece cenno di si La donna tossì e aggiunse “Fuggi via ascoltami a giudicare da quello che stringi nella tua mano hai molto da perdere o forse lo hai già perso ma forse lo puoi recuperare” Jack Rispose “cosa c’è al piano meno tre ?” la donna disse “ non ti immagini nemmeno cosa puoi trovare laggiù è peggio dell’inferno ragazzo li sotto dimora la vecchia padrona di casa, un giorno disse ai suoi parenti più prossimi che quando sarebbe morta avrebbe voluto essere seppellita al piano meno tre come un faraone egizio ma non morì non so come fece ma non morì assoldò un fantasma che è l’uomo che hai visto sulla spiaggia e da anni si nutre di sangue umano per allungare il più possibile il filo delle parche, sei dentro una piramide e ti stai avvicinando pericolosamente alla maledizione”..dicendo cosi andò via scompari nelle tenebra da cui era venuta.

 

Jack si diresse verso l’ascensore l’incontro con quella donna non lo aveva spaventato, ormai era dentro quell’inferno e doveva vederne la fine, entrò dentro l’ascensore,la luce del neon era intermittente schiacciò il tasto -3, l’ascensore fu più rapido delle altre volte, Jack sentiva la tensione, si accese una sigaretta per rilassarsi,la porta si spalancò e Jack si trovò in una stanza circolare, tutta circondata da una reta metallica rossa, e illuminata da 4 torce, ad alcune pareti erano appesi dei corpi, come se fossero stati crocifissi, esattamente al centro della stanza, c’era un tavolo di alluminio sopra vi era stesa la ragazza con i capelli rossi che aveva un solo foro in fronte Jack si avvicinò sembrava addormentata ma proprio al centro della fronte aveva questo taglio, come se fosse stato fatto da una lama o da un unghia, Jack si guardò attorno era avvolto da un silenzio assordante,la rete metallica quei quattro cadaveri crocifissi su di essa gli mettevano i brividi ma non pensava di andare via, da li, stringeva forte la foto di Ivy e cercava di non farsi balzare il cuore via dal petto,sentì dei passi risuonare verso di lui, vide il raso rosso dell’interno del mantello, il cappello a falda larga e la maschera bianca inespressiva che copriva il volto di quell’uomo altissimo.

 

L’uomo gli si parò davanti, rimase immobile, poi si scostò verso destra e fece un cenno con la mano, verso una parte della stanza l’uomo percorse strada e Jack lo seguì, i passi dell’uomo non facevano alcun rumore sul pavimento anch’esso di rete metallica rossa come il sangue, quelli di Jack sì, e il due insieme davano l’idea di un cuore che batte a vuoto, arrivarono davanti ad una grande poltrona di velluto blu, sulla quale era seduta una donna, metà vecchia metà bambina, vestita di bianco un abito verginale, quasi da sposa, era bassa aveva i capelli bianchissimi il viso da bambina, i denti e le mani da vecchia, quella contrapposizione fece paura a Jack le gote rosse della bimba, erano un netto ossimoro, con le mani macchiate e storte.

 

La donna sorrise, aveva una voce cattiva sembrava un graffio su una lavagna, e disse “ Benvenuto giovane Jack, ti osservavo da tempo, venivi spesso qui sulla mia spiaggia con la tua Ivy,” Jack ebbe i brividi, “ guardavo i vostri occhi giovani e pieni di amore, è stato per voi perché vi invidiavo che ho iniziato a nutrirmi di sangue come una vecchia vampira, ma ha avuto effetti dannosi, come vedi non posso alzarmi dalla sedia, il mio volto è da bambina, ma il resto è cadente, ho ucciso e bevuto il sangue di moltissime persone, donne giovani, bambini,uomini senza paura, ma l’effetto è stato benefico solo in parte, mi chiamavano Strega, ma io non facevo male a nessuno guardavo il mare, e a volte osservavo come si svolgeva la vita, da lontano osservandola da dietro il mio vetro,non ha funzionato voler vivere la vostra vita, non mi avete mai accettato per questo mi sono costruita questa cripta, volevo vivere in eterno ma forse adesso è il caso di smettere di provarci non credi Jack”.

 Jack non fece un gesto né un passò rimase immobile,” la vecchia toccò il liscio velluto,della poltrona, e disse, potrei privarti del tuo sangue ma mi ucciderebbe, saresti come il veleno, saresti l’antidoto a me, che buffo vero Jack, nemmeno mi conosci eppure potresti segnare la mia fine.”

La donna fece un cenno all’uomo con il cappello che porse un coltello a Jack, “Falla finita è perché invidiavo Ivy e ti conoscevo i vostri nomi perché forse una strega lo ero per davvero, ti ho fatto male Jack l’ho fatta scappare, non potevo sopportare di vedervi felici, per cui fallo adesso Jack, fai scorrere il sangue che è dentro di me forse troverai anche qualche goccia mia,”

Jack aveva voglia di piangere stringeva il coltello, tra le mani avrebbe voluto piantarlo nel petto di quella vecchia bambina, gli avrebbe voluto chiedere perché ma non lo fece le disse soltanto “ Mettiti un velo sul viso vecchio mi disprezzo a farti un favore, ma forse è giusto cosi” la vecchia bambina, si mise un velo bianco sul viso, Jack si lanciò su di lei e trafisse il suo cuore con quel pugnale.

L’uomo si dissolse in una nuvola di polvere, Jack si voltò e camminò lento verso l’ascensore, schiacciò il piano zero, superò la stanza di specchi, notò dalla sua immagine riflessa che era molto triste, si accese l’ennesima sigaretta, aprì il portone era quasi l’alba, scese le scale pochi passi sulla spiaggia, pochi passi lo separavano dalla sua auto, mise in moto il vento tagliente di quella mattina lo squarciò fin dentro quel poco di cuore che gli era rimasto,mise in moto, stava per albeggiare Jack stava tornando a casa, la strada era deserta, la radio muta, lui aveva lo sguardo e la testa chissà dove, superò il chilometro 45, accellerò, mentre le lacrime scendevano sulle sue guance, da lontano scorse una figura, era una cow girl seduta su un borsone, non aveva voglia di parlare con nessuno proseguì dritto verso casa stringendo forte la foto di Ivy.

 

 

 

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Utente: Anotherday
Nome: Dannato Pirata Joker
Nessuno, sono solo parole su un fondo scuro, sono parole sulla sabbia, sono vento nella testa confusione arbitraria, sono un soffio al cuore di natura elettrica, sono l'uomo sbagliato nell'epoca sbagliata , ascolto la musica sbagliata, il Rock 'N' Roll in un epoca sbagliata, leggo i libri cattivi di autori cattivi, scrivo su ogni sorta di pezzo di carta, perchè ?? perchè ! io penso e finchè penso nessuno potrà uccidermi


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